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Social Media, dallo stato dell'arte ai trend in ascesa

Social Media, dallo stato dell'arte ai trend in ascesa

9 settembre 2015
Social Media, dallo stato dell'arte ai trend in ascesa

È tutta una questione di informazione. Cercata, condivisa, distribuita, monitorata. Negli ultimi dieci anni i social media hanno rivoluzionato il paradigma stesso di informazione. Le gerarchie e i processi mediatici, che fino a poco tempo fa parevano intoccabili, sono stati completamente scardinati.

Il messaggio, sia esso di natura giornalistica, istituzionale, accademica, artistica o pubblicitaria, non è più unidirezionale. Il lettore, lo spettatore, l’utente, il consumatore non sono più entità passive all’interno del flusso della comunicazione. Non che lo siano realmente mai stati. Solo che oggi essi hanno strumenti concreti di condivisione e partecipazione e la centralità del loro ruolo è finalmente riconosciuta. E soprattutto tenuta sotto stretta osservazione.

Potenzialmente ognuno di noi può essere considerato un’agenzia di stampa, e più in generale una fonte di informazioni, accessibile sempre e ovunque grazie al supporto della tecnologia che ha reso il collegamento alla Rete, e in particolare ai propri network digitali, immediato da qualunque tipo di device, fisso o mobile.

Certo non tutti i nostri contributi, commenti, foto, video che siano, hanno la stessa rilevanza in Rete, così come ogni nostro atto comunicativo nell’Era pre-digital. E non tutti abbiamo la stessa Influence online, così come accade offline. Competenza, autorevolezza, reputazione, capillarità dei nostri contatti e capacità comunicative contribuiscono a determinarne lo spessore. D’altra parte, attualmente l’eco, la risonanza di ogni nostro messaggio sono amplificate proprio dai social media, che consentono di ridimensionare anche gli sforzi necessari per colmare quei famosi sei gradi di separazione che ci basterebbe individuare per raggiungere anche gli ignoti inquilini dell’altro capo del mondo.

È, dunque, soprattutto agli “Influencer” dei social media che brand, testate e anche singoli utenti puntano e continueranno a rivolgersi anche prossimamente. Da un lato per informarsi e dall’altro per far sì che le informazioni che essi stessi intendono “promuovere” vengano veicolate nel modo più efficace possibile. Sono principalmente costoro a guidare la circolazione e la percezione delle informazioni online, tra potere e responsabilità. Scovarli e interessarli, tuttavia, non è impresa semplice. È per questo che l’ascolto dell’audience è diventato via via più centrale in ogni strategia di comunicazione digitale, che sui social media fanno perno.
Le informazioni in questione, tuttavia, anche da questo punto di vista viaggiano su un doppio binario.

Partecipare sui social media, significa esporsi. Che lo si voglia o meno, che se ne abbia la consapevolezza oppure no. Basta girovagare per la Rete per lasciare traccia di sé. Ogni sito segue e archivia i nostri percorsi. Lo stesso vale per i social media. E, come lasciato intendere da una recente inchiesta di The Guardian su Facebook, non sembra più neanche che possedere un account sia una prerogativa per entrare nel raggio d’azione del Grande Fratello e del suo variegato corteo di tool di analisi (gratuiti o a pagamento, per beginners o professionisti), da Socialbakers a Simply Measured, da Hootsuite a Tracx solo per citare alcuni esempi.

Sui social media si condivide con gli “amici” un articolo, si mette un “like” a una pagina, si commenta e si posta una foto senza tener troppo conto delle briciole di pane che si stanno disseminando. Raccontiamo la nostra vita anche quando crediamo di proteggerci dietro l’oggettività e l’astensione. Esistono software come Analyze Words ideati per definire il nostro carattere e il nostro stato d’animo in base ai 140 caratteri di un tweet. Ogni elemento va a comporre il tanto chiacchierato puzzle dei Big Data, che tutti i digital marketer del mondo stanno cercando di comporre, controllare e rimodellare. Per customizzare ogni tipo di comunicazione. Affinché la pubblicità non ci appaia più neanche tale. Senza neppure rendercene pienamente conto, contribuiamo a creare quello stesso messaggio, che arriva tagliato su misura per noi. Non apparteniamo più a un freddo target group, siamo singoli individui e improvvisamente prodotti e servizi parlano in maniera perfettamente coerente ai nostri gusti personali, alle nostre aspettative più intime, ai nostri precisi bisogni e interessi. È questo il succo del content marketing, che attualmente è il fulcro di ogni digital strategy di spessore.
La necessità di apporre dei filtri al marasma di informazioni che ci bersagliano su ogni mezzo o device, d’altronde, è ormai un comune denominatore anche per i “comunicatori” non professionisti.

A partire dalla scelta del media: escludendo Facebook che rimane il social generalista per antonomasia (non dimentichiamoci che Zuckerberg punta a farlo divenire sinonimo a tutti gli effetti di Internet), gli altri hanno prerogative e funzionalità specifiche. Preferirne uno all’altro per una comunicazione equivale a setacciare determinati bisogni a cui rispondere.

Una headline accattivante non basta più. Pensate al tasto anti-bufale di Facebook o alle community come Spoilerare posts che lasciano informazioni a metà, che se opportunamente menzionata, con un commento riassuntivo ti dispensa dal leggere un articolo con un titolo ammiccante, ma dal contenuto probabilmente non altrettanto interessante.

Lo stesso vale per i nostri interlocutori. Se nei primi anni la tendenza sui social media era quella di condividere più contenuti possibili con il maggior numero di persone, oggi il trend è invece quello di creare in prima persona post sempre più pertinenti per i propri contatti.

Noi stessi targettiziamo il nostro network, lo dividiamo in liste, cerchie, gruppi e per ciascuna categoria realizziamo post specifici. Senza contare il peso crescente della comunicazione 1to1, come sottolinea l’ultimo report di We Are Social, Digital, Social e Mobile 2015.

A livello mondiale, infatti, (nonostante lo strapotere di Facebook, che conta 1,36 miliardi di utenti attivi) continua il trend di crescita dei servizi di instant messaging:

  • WhatsApp ha superato i 600 milioni di utenti,
  • Facebook Messenger ne conta oltre 500 milioni;
  • WeChat ha raggiunto i 468 milioni di utilizzatori.

Possiamo quindi ipotizzare che il procedimento di ottimizzazione e personalizzazione dei contenuti andrà via via affinandosi e automatizzandosi, anche nell’uso individuale. Non passerà molto tempo prima che arrivino tool in grado di declinare le nostre foto, le nostre frasi, i nostri video, adattandoli e destinandoli a ogni singolo membro del nostro network. Ed è facile affermare che il visual continuerà a erodere i margini dei contenuti testuali, per l’intrinseca capacità di sintesi e impatto che lo contraddistingue. Su tutti, i video saranno ancora per molto tempo la principale calamita.

Non è un caso se i due social big, Twitter e Facebook, abbiano lanciato praticamente in contemporanea le nuove video app Periscope e Riff. Pur con le debite distanze filosofiche. Mentre una punta sul live streaming, le chiavi dell’altra sono la condivisione e la co-creazione, entrambe assi portanti di un’intelligenza collettiva che viaggia tra i social media e nella Rete, più in generale.
Una storia, che è appena iniziata e che ha un radioso futuro davanti a sé.

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